Il duplice problema della Liturgia: interiore o esteriore, quale via percorrere?
di Don Samuele Agnesini
Ancora oggi, nel mondo dell’esasperazione sensoriale e dell’intimismo assoluto, facciamo fatica a far dialogare le due dimensioni costitutive dell’essere umano: quella interiore e quella esteriore. Tralasciando tutta la riflessione socio-psicologica sul tema, mi soffermo sulle implicazioni teologico-liturgiche del problema. Il corpo umano è il punto zero di ogni possibile esperienza, dove si incontrano toccante e toccato, la pelle del corpo diviene il palcoscenico dell’esperire, dove le sensazioni prodotte generano, sia all’interno che all’esterno del corpo, una quantità di pensieri e di conseguenze che spesso non è possibile narrare. La prima goccia di un temporale che sfiora il viso di un passante, le labbra di due ragazzi innamorati che si sfiorano per un bacio o il pugno che colpisce il viso tra due uomini che litigano sono evidentemente un linguaggio portato a livelli altri rispetto al solo (ma non semplice) suono della voce. Infondo l’esperienza è un modo per ascoltare la realtà, ciò che accade in e intorno a noi.
“Mi dica un’ultima cosa” chiese Harry. “È vero? O sta succedendo dentro la mia testa?”
“Certo che sta succedendo dentro la tua testa, Harry. Ma perché diavolo dovrebbe voler dire che non è vero?”(Harry Potter e di doni della morte).
Il cristianesimo e, in particolare, il cattolicesimo degli ultimi tre secoli – le radici sono rintracciabili anche in precedenza – hanno intrapreso uno sbilanciamento di tipo etico-ideologico, dando valore, non assoluto ma certamente predominante, al linguaggio verbale. Il contenuto, le idee, la dottrina sono il tutto o quasi della fede. Ma a questo punto ci potremmo chiedere che fine ha fatto l’esperienza religiosa o, ancora, cosa c’è di misterioso e di mistico in una religione che vuole spiegare tutto.
Che fine ha fatto l’esperienza religiosa?
È necessario ripartire dall’esperienza, non principalmente nella logica scientifica (dove l’esperimento è in funzione di una formula descrittiva sintetica: acqua=H2O), ma nella sfera etimologica del termine quella dell’agire con la realtà per conoscerla, un uscire da sé per entrare nel reale e permettere alla realtà di entrare in me. In fondo l’esperienza (e principalmente quella religiosa) chiede una relazione di scambio vitale tra oggetto e soggetto. L’esperienza religiosa/mistica è il modo con cui l’uomo entra in relazione con il mistero del divino. Il contatto con il sacro, con le cose sante, permette alla coscienza di sé (l’io dell’uomo) di percepire l’altro di Dio. È il sentimento della creatura che, come ricorda Rudolf Otto nella sua opera Il sacro. L’irrazionale, nell’idea del divino e la sua relazione col razionale (1917), indica nelle tre dimensioni della Tremdum, del Fascinans e del Misteriosum le dinamiche dell’incontro con Dio.
L’incontro con Dio
L’uomo religioso percepisce tutta la sproporzione con il divino, ma ne è attratto e, pertanto, cerca di entrare nella fitta foresta delle cose di Dio: il Mistero. L’esperienza mistico religiosa si muove nel Mistero, non tanto come in un mondo oscuro e nebuloso, ma consapevole che, attraverso la sproporzione e l’attrazione che prova verso Dio, possa arrivare a una conoscenza più profonda del suo mistero. La religiosità è principalmente conoscenza sensibile, esperimento nel senso più basilare del termine; per citare una pagina evangelica è come San Tommaso che vuole toccare le ferite del Risorto per “credere” (Gv 20, 24-29). La fede, come il vivere quotidiano, incontra, conosce l’altro (persona o cosa) attraverso le sue manifestazioni fisiche. Anche le parole, mai va dimenticato, sono qualcosa di fisico. Come è necessario conoscere le persone, non giudicandole dalle sole parole ma soprattutto dalle loro azioni, così avviene per la conoscenza del Mistero che si può indagare solo attraverso il modo di darsi concreto. È necessario anche ricordarci che ciò che sta “dentro” l’uomo si può raccontare solo per analogia, tutto ciò che abbiamo nel profondo lo raccontiamo attraverso esperienze che si possono avvicinare ma che non saranno mai in grado di esprimere la totalità di quello che vivo, come la formula dell’acqua non dirà mai tutta l’acqua che c’è nel mondo ma nemmeno quella contenuta in un bicchiere.
Il rito
La religione, pertanto, affida la sua necessità comunicativa a un linguaggio analogico preciso: il rito. Il rito è determinato dalle relazioni degli elementi che lo costituiscono, è una comunicazione di tipo estetico che si appoggia alla dinamica simbolica, è in fondo, un linguaggio pragmatico e multimediale. Nel contesto culturale contemporaneo l’uomo religioso è eticamente collocato (è sintomatica la forte tensione sociale del cristianesimo moderno), come è altrettanto dissociato a livello simbolico. Ci si aspetta che il cristiano sia eticamente irreprensibile e proprio questa dimensione etica tende a condannare l’aspetto rituale della fede come residuo fanciullesco e quasi superstizioso. Il cristiano impegnato frequenta la carità, non i riti, se non quelli comandati sotto pena di peccato mortale. La Chiesa di oggi applaude all’etica piuttosto che ai riti. Non a caso vige un clima di sospetto, soprattutto per i giovani, che frequentano assiduamente la Liturgia nelle sue molteplici forme.
Liturgia sotto attacco
Sacrosanctum Concilium 7 afferma che la Liturgia è l’azione sacra per eccellenza della Chiesa e non ve n’è altra alla stessa statura: vero non la esaurisce come ricorda sempre al n° 9. Paolo VI, nel giorno della proclamazione della stessa Costituzione, richiamava il primato della dimensione rituale della vita del credente. Allora perché tanta diffidenza e, addirittura, spesso attacchi poco velati alla Liturgia della Chiesa? Tutto parte dalla battaglia antica e sempre nuova del conflitto tra razionale e irrazionale, tra ciò che cade sotto i sensi e quello che è prodotto dall’intelligenza.
La diffidenza rituale è proprio dovuta all’eccessivo carico verbale e pertanto intellettualistico alla vita di fede. La fede ha principalmente bisogno di fare piuttosto che di dire. Cosa è meglio descrivere una cena o invitarvi la persona amata? Ma non è così scontato, il predominio dottrinale/contenutistico è ancora il demone che divide i fedeli tra credenti e creduloni, ma chi sono i veri credenti?
Purificare l’atto rituale
La fede celebrata introduce al Mistero e principalmente a quello Pasquale, anche le stesse narrazioni evangeliche, mai va dimenticato, nascono principalmente per il loro uso liturgico della Chiesa nascente. Dobbiamo tornare a fare principalmente e, facendo, torneremo a essere. Diventa urgente per la Chiesa purificare l’atto rituale dalle diverse forme di imbastardimento (temine bellissimo se lo si legge nel contesto agricolo dell’innesto), non una liturgia pura (impossibile perché la Liturgia è azione), bensì una Celebrazione che non si limiti al passaggio di contenuti o alla dimensione pubblicitaria di eventi (le varie giornate tematiche), ma tornare al primato dell’atto di culto. Tornare al linguaggio dei sensi, senza paura e preconcetti, lasciando spazio alla dimensione emozionale della liturgia, alla sensazione come porta di accesso della vita e come primo atto della formazione di un giudizio sulla realtà (il bambino che cade impara che il pavimento è duro). La Liturgia è conoscenza immediata tra il soggetto credente (io) e l’oggetto creduto (Dio): essa non è altro che la modalità corporea del sentire religioso.
Pertanto per poter celebrare in maniera autentica il credente non può dividere se stesso tra interiore ed esteriore, in quanto la vita umana si dà principalmente nell’esperienza, nella Liturgia il Mistero si concede in carne e ossa (Gv, 1, 14). La Liturgia mette in atto il corpo come strumento conoscitivo completo e complesso, non c’è fibra del corpo che può essere esonerata dalla conoscenza del Mistero di Dio. La Liturgia si dispone come dimensione in cui il corpo è agito per accogliere la grazia divina. Il rito ha bisogno del corpo che si apre al Mistero.
Nella Liturgia esteriore ed interiore non sono separabili
È necessario, per rispondere al problema rituale moderno, riscoprire il linguaggio simbolico su cui il rito si fonda. Il rito va compiuto così come è dato, non può essere un insieme di parole che non hanno riscontro nella realtà, bisogna avere il coraggio di lasciare spazio all’irrazionale (diverso e contrario dell’irragionevole), bisogna lasciare parlare il Mistero senza ridurre tutto a un atteggiamento etico-morale. Il rito ci permette di tenere insieme ciò che è straniero e, al contempo, ciò che è più intimo perché nella Liturgia esteriore e interiore non sono separabili, perché l’umo vive così unito non separato. La Liturgia si pone come tempo/spazio della percezione di Dio, questo è il vero atto di culto.
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